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Alessandro Bergonzoni per Riparte il futuro

30/07/2014 - in video

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Anche Alessandro Bergonzoni ha firmato Riparte il futuro e in questo video ci spiega perché… a modo suo! Guarda il video e firma anche tu!


“Noi li abbiamo visti perfettamente, ma ci fu ordinato di starci zitti”: la strage di Ustica e la grande occasione mancata

21/07/2014 - in trasparenza, video

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ustica_corriereSui cieli dell’Ucraina un Boeing 777 della Malaysia Airline è stato abbattuto da un missile causando 298 morti. Sono bastate circa 24 ore per scoprire quale fosse la causa dello schianto, facendo così partire un’inchiesta per accertarsi semplicemente su di chi sia la responsabilità del disastro. C’è però un’altra storia, tutta italiana, che non può vantare un esito altrettanto veloce e alla quale alcuni non hanno potuto fare a meno di correre con la mente guardando le immagini provenienti dall’Ucraina. Una storia che vede protagonista il nostro Paese. Una storia dove il whistleblowing avrebbe potuto, chissà, cambiare le carte in tavola.

Era il 27 giugno del 1980. Sono passati 34 anni da quando il DC-9 dell’Itavia venne abbattuto da un missile nei cieli di Ustica. 81 morti che dopo 34 anni non hanno ancora trovato un colpevole per la giustizia italiana. Quella di Ustica è una storia di depistaggi, omissioni, ipotesi improbabili che sono state portate avanti per decenni e che ancora oggi qualcuno si ostina a difendere: anche nelle istituzioni. Le indagini della magistratura, prima fra tutte quelle di Rosario Priore, hanno descritto fin dall’inizio un quadro complesso di “guerra nei cieli”, di vittime civili nel posto sbagliato al momento sbagliato e di un quadro internazionale complesso che fino all’ultimo tenterà di non svelare le sue carte. Ma quelle indagini non hanno visto una sentenza, nè dei colpevoli. Dopo più di trent’anni si parla di un missile e si esclude (in quasi tutte le sedi) l’ipotesi della bomba presente sull’aereo o del cedimento strutturale. Era il 2007 quando l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che nel 1980 era presidente del Consiglio, disse che il DC-9 era stato abbattuto da un missile francese indirizzato all’aereo che trasportava il leader libico Gheddafi. Quegli 81 morti sarebbero stati l’effetto collaterale di una vera e propria guerra dei cieli internazionale.

Una verità giudiziaria non c’è. Non penale almeno. I magistrati si sono sempre trovati di fronte ad un muro che ha impedito la raccolta di alcune prove fondamentali per dimostrare le loro tesi: i tracciati aerei di francesi e Nato. Ce n’è una civile, di verità, che arriva 33 anni dopo (a inizio 2013) e che dà ragione alle evidenze ipotizzate dai magistrati inquirenti all’indomani della strage: la condanna, confermata in Cassazione, dei ministeri di Trasporti e Difesa – e quindi dello Stato italiano – al pagamento del risarcimento ai familiari delle vittime.

Una spy-story drammatica e che ancora oggi costituisce una ferita insanabile per tutto il Paese. Con i se e con i ma non si fa la storia, ma si può imparare. E da Ustica si può provare ad imparare che le cose sarebbero potute andare diversamente. Già perché una delle principali difficoltà riscontrate dagli inquirenti è tuttora quella di scoprire cosa accadde esattamente sui cieli sopra Ustica la sera di quel 27 giugno del 1980.

Com’è noto i radar italiani e Nato presenti in quella zona non hanno visto o erano tutti misteriosamente fuori uso. Ma il 6 maggio 1988 una telefonata arrivò a “Telefono Giallo”, programma di Corrado Augias in onda su Rai 3. “Io ero un aviere in servizio a Marsala la sera dell’evento della caduta del DC-9, gli elementi che comunico sono molto pesanti”, raccontava l’uomo al telefono. Il testimone anonimo ammette che lui e i suoi colleghi hanno visto i minuti spariti dalle registrazioni del radar: “Noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo, il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri e di non avere più seguito in quella vicenda”. All’invito di Augias a non buttare giù il telefono il militare non fece una piega e interruppe la chiamata. Da quel momento in poi non si seppe mai più nulla di lui.

Potremmo forse definirlo un caso di whistleblowing? O meglio, un caso di “whistleblowing mancato” dato che rimase per sempre una semplice dichiarazione anonima? Cosa sarebbe successo, infatti, se la legge italiana avesse previsto una norma di tutela nei confronti dei whistleblower? Quali conseguenze avrebbe potuto avere sulle indagini relative ad uno dei più grandi misteri della storia del nostro Paese la testimonianza di una persona che ammise di avere, guardando la trasmissione, “un fatto emotivo interiore di dire la verità”?

L’uomo chiude il suo sfogo dicendosi costretto a fare quella rivelazione “anonimamente però, perchè cado nel nulla”. Riparte il futuro chiede con forza una legge a tutela di chi denuncia fatti di corruzione proprio perchè nessuno abbia più la sensazione di cadere nel nulla, di rimanere solo a combattere una battaglia inevitabilmente più grande di lui. Una denuncia concreta corrisponderebbe a donare un finale alternativo a centinaia di processi irrisolti o caduti in prescrizione. Per questo non basta compiacersi del fatto che il whistleblowing sia finalmente diventato argomento di discussione all’interno della politica italiana, ma piuttosto impegnarsi a far si che quest’ultima si sbrighi a creare una legge in tutela di chi decide di denunciare comportamenti illeciti come l’aviere di Marsala. Per evitare in futuro che, per cose fattibili in un giorno, ci si impieghino oltre trent’anni.

Daniele Caporale


Hai mai pensato di denunciare la corruzione di cui sei stato testimone?

16/06/2014 - in corruzione, video

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Gli scandali di Expo 2015 a Milano e del Mose di Venezia riaccendono i riflettori sull’emergenza corruzione in Italia.

Scoprire la corruzione non è semplice. Ma capita, soprattutto all’estero, che ci siano cittadini che vogliano denunciare ciò di cui si trovano ad essere testimoni. Si definisce whistleblower, e già il fatto che la parola non abbia un convincente corrispettivo in italiano la dice lunga.

Abbiamo provato a raccontarvelo in questo video: guardatelo e condividetelo con i vostri amici. Aiuterete a promuovere la cultura della trasparenza.

Whistleblowing from riparte il futuro on Vimeo.

Whistleblower vuol dire letteralmente “suonatore di fischietto”: si tratta di quel lavoratore che denuncia un illecito di cui è venuto a conoscenza all’interno dell’organizzazione in cui lavora, pubblica o privata che sia. Negli Stati Uniti chi denuncia è protetto da leggi federali e nazionali e, in molti casi, viene addirittura ricompensato in denaro dallo Stato. In Italia invece, come anche in altri Paesi d’Europa, c’è ancora tanta strada da fare.

In questi giorni, sulla scia dello scandalo Expo, ha visto la luce “Expoleaks”: una vera e propria piattaforma per il whistleblowing promossa da IRPI – Investigative Reporting Project Italy e da Wired Italia. Si tratta di uno strumento a disposizione di chi voglia e abbia il coraggio di raccontare in totale anonimato a dei giornalisti indipendenti eventuali illeciti di cui è venuto a conoscenza sul lavoro.

I rischi corsi da chi si oppone alla corruzione sono ancora troppo alti. Spesso chi denuncia viene visto come un traditore e le ripercussioni sulla vita lavorativa e privata sono ingiustificabili: mobbing, minacce e isolamento diventano pratiche subite quotidianamente.

In Italia e in Europa si può e si deve fare di più per tutelare chi ha il coraggio di denunciare e per promuovere la cultura della trasparenza e della cooperazione.

Aiutaci a diffondere questa iniziativa: abbiamo già convinto 62 nuovi parlamentari europei – di cui 22 italiani – a impegnarsi a Bruxelles e Strasburgo per una direttiva sul whistleblowing. E ora chiediamo risposte concrete al Governo Renzi.

Non possiamo più accettare che chi rompe il muro dell’omertà perda il lavoro o rischi la vita.