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Una storia che è la storia di tutti

Cambiare gl'italiani per avere (forse) l'Italia

Articolo di Anna Maria Molino - 28/07/2014

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Quando non si viaggia imbozzolati nella propria auto, quando si ha voglia di ‘vedere’ gli altri e non si è avvitati su se stessi,  con le cuffie in testa o con gli auricolari attivi per smanettare su tablet e cellulari, può capitare di cogliere al volo una storia come quella che desidero raccontare. Non è la mia storia e proprio per questo è una storia di tutti.

Protagoniste due signore che chiamerò B come Bruna, ma anche Bionda e C come Carla, ma anche Castana.

Alle 17:30 circa di un giorno d’estate, la signora B è alla fermata dell’autobus. A gomito a gomito ci dividiamo un quadratino d’ombra. La signora B. è una signora di mezz’età, di bell’aspetto, curata e ordinata.  Porta occhiali da sole anni ’70. È vestita con l’eleganza fatta solo del buon gusto di chi, ogni giorno, cerca ostinatamente di far coesistere dignità, decoro e bilancio. A tracolla porta una borsa nera ingentilita da due nastri colorati. In mano porta una borsa di cartone rigido che, sull’esterno, presenta l’immagine del torrione medievale simbolo di una località turistica. Da questa borsa la signora B estrae una scheda prepagata da 15 corse e la usa per chiedere la fermata quando, dopo un’attesa di una dozzina di minuti, finalmente arriva l’autobus, sovraffollato nell’ora di punta  e surriscaldato, perché non c’è aria condizionata. Salendo, pur nella confusione, noto con stupore  che la signora B. fa una cosa normale e civilissima che nessuno fa: rivolge al conducente un garbato “Buonasera”. Poi la  perdo di vista nella calca.

A bordo c’è un campionario di umanità varia; un miscuglio di lingue parlate a voce troppo alta tra presenti o tramite cellulari. C’è chi ride sguaiatamente pronunciando parolacce, c’è chi beve un succo di frutta succhiandolo  avidamente con la cannuccia. Intravvedo una mamma con bimbo in braccio e passeggino-mini-tir usato come carrello porta-spesa. Un signore domanda quale sarà la prossima fermata perché l’annuncio vocale delle fermate o non funziona o è sovrastato dal rumore dei passeggeri a bordo dello sferragliante cartorcio.

Dopo qualche fermata ritrovo la signora B.  Sono in corrispondenza di uno scomparto da quattro posti e se ne è liberato uno. La signora B si fa largo a fatica nel pigia-pigia delle 17:45 e domanda educatamente se può occupare quel posto e poi vi si accomoda. La osservo mentre sistema in grembo la borsa coi nastri e su quella appoggia l’altra, quella con l’immagine della torre medievale. L’autobus non risparmia neanche uno scrollone e dalla borsa fuoriesce un bloc-notes ancorato al suo sostegno. Pur essendo io in piedi, posso leggere, in carattere stampatello maiuscolo, un grande titolo scritto a mano ‘TUTELA DEI MINORI’ e, sotto, appunti fitti fitti. La signora B. risospinge il notes nella borsa e poi si immerge nei suoi pensieri,  come chi sta ripassando mentalmente qualcosa, dietro grandi occhiali scuri. Di fonte alla signora B.  è seduta la signora C., sui quaranta, con gli occhi vispi  ed inquisitivi.  Devo pensare a Pirandello per non sentirmi una volgare spiona.

Ad una fermata che non so, dalle parti del Villaggio Olimpico, l’autobus di colpo quasi si svuota.

- “Scendono tutti!”, esclama la signora C.

- “È successo qualcosa?”, domanda preoccupata la signora B. che è seduta contro direzione di marcia, cioè avendo di fronte il fondo dell’autobus ed avendo visto salire, dalla porta centrale una coppia di vigili urbani.

La signora C. sospira e, tra l’indignato ed il rassegnato, aggiunge:

- “Sono saliti i controllori e si svuota l’autobus …”.

Prontamente la signora B. estrae dalla borsa cartonata la scheda prepagata e alza il braccio verso uno dei controllori che arriva alle sue spalle. Ho la scheda a pochi centimetri dal viso e non posso fare a meno di notare che la signora B.  ha diligentemente annotato  le corse in ordine decrescente, da 15 a 1 e che 14 sono state sbarrate. La quindicesima è quella che sta esaurendo. Il controllore prende la scheda e la passa sull’obliteratrice e vede che l’ultima corsa non è stata convalidata. In modo un po’ brusco lo dice alla signora B. che, mortificata come solo può esserlo chi è onesto è si sente dubitato,  dice, arruffando un po’ le parole, che aveva solo più una corsa,  che era sicura di averne ancora una, però  forse si era sbagliata, magari la tessera era scaduta e che, quando è salita ed ha passato la scheda davanti alla macchinetta, il beep-beep che ha sentito forse era quello di scheda esaurita e non quello di convalida; d’altra parte l’obliteratrice per chi sale dalla porta anteriore è posta in basso;  in un autobus sovraffollato è difficile chinarsi e verificare e, nella rumorosità dell’ambiente,  basta un attimo di distrazione per non capire il segnale acustico e la signora B. aggiunge anche di avere problemi agli occhi, entrambi operati.

Il controllore, con l’aria di chi pensaMia cara, a me tu non la dai a bere” va a controllare la scheda sull’obliteratrice anteriore. Ritorna e con modi sempre bruschi e spicci chiede alla signora B. se ha un’altra scheda. La signora B.  non ha un’altra scheda e nemmeno capisce perché gliene venga chiesta un’altra; il controllore le chiede allora un documento di identità e le dice  che fa 25 euro se paga subito, oppure una cifra spropositata (70 o forse 90 euro, non ho ben capito) se desidera pagare in seguito. Sempre più confusa la signora B. dice che era sicura di avere ancora una corsa.  Parla con voce spezzata, il respiro affannoso. È evidente che il controllore dice una cosa che lei non capisce perché ne ribatte un’altra. Il controllore le sta dicendo che l’ultima corsa c’è ma non è stata convalidata. La signora B. capisce che le stia contestando la scheda ed infatti, sempre più in affanno, dalla borsa con i nastri estrae il portafogli e dice:

- “Sulla scheda avevo segnato tutti i numeri, in ordine, ma se era esaurita, ecco, ho sempre due biglietti singoli di scorta, me ne annulli uno, prego, tenga…”

Con l’ingenuità degli onesti, la signora B. è convinta di dimostrare la sua buona fede ed evitare così la sanzione. Brusco e sempre con l’aria di chi pensa “Questa commedia con me non attacca” il controllore chiede nuovamente un documento di identità e dice:

- “Se non salivo io lei viaggiava gratis“.

Stranita dall’umiliante affermazione, la signora B. con voce quasi inudibile replica:

- “Avrei buttato la scheda, senza saperlo

Poi la signora B., quasi in lacrime, porge un tesserino di quelli tipo professionale o aziendale ed il controllore lo porge ad un collega che deve fare il verbale. Poco più in là un vigile ed una vigilessa osservano.

Alla fermata della stazione ferroviaria l’autobus è di nuovo pieno.

Il controllore-collega inizia a scrivere il verbale mentre la signora B., inerme e rassegnata porge 25 euro. Ultima beffa: il controllore verbalizzante domanda ad alta voce alla signora B. quale sia il suo cognome perché non lo capisce.

La signora B. lo dice, forte quanto basta perché un buon numero di presenti lo possa udire. La signora B. ha un colorito bianco-Italia ed il suo cognome può essere piemontese o lombardo.

Basta il minimo sindacale di buon senso per capire che la signora non merita di essere trattata in quel modo offensivo, come una truffatrice abituale dell’azienda trasporti. Basta un po’ di buon senso per trovare il modo per non infliggere ad una persona onesta una pesante umiliazione ed una sanzione forse pesante anch’essa. Basta un po’ di buon senso per capire che i truffatori sono ben altri!

Sopraffatta dalla rabbia, io vorrei dire qualcosa in difesa della malcapitata signora B., ma le parole non escono e vorrei che, come nei cartoni, sulla mia testa comparisse una nuvoletta parlante.  Parla invece la signora C., come se mi leggesse il pensiero, e lo fa con parole sdegnate, accorate, sagge. Poi scende.

La signora B. rimane seduta, con le mani che tremano mentre stringono il verbale piegato in due  ed il suo documento di identità in mezzo.

La vigilessa, vedendo la signora B. così turbata le rivolge la parola:

- “Signora, stia tranquilla, non si preoccupi per questo…

Con voce educata, bassa, amara, stanca, la signora B. risponde:

- “Non mi preoccupo per questo… mi preoccupo perché è segnato il destino di coloro che hanno mandato in esilio il buon senso

E la vigilessa:

- “Il controllore ha fatto il suo dovere, ha applicato la legge…”

E la signora B., con voce piatta ed il petto gonfio per controllare l’emozione:

- “Già …  troppe leggi senza buon senso diventano disumane, inique… applicare indiscriminatamente una legge senza accogliere un brandello di difesa non è compiere il proprio dovere con onore, tutt’altro… l’eccesso di zelo fatto valere in questo modo… lasciamo perdere!

Alla fermata successiva la signora B. è scesa. Il semaforo era rosso e l’ho seguita con lo sguardo: camminava lentamente, a capo chino, quasi abbracciata alle sue borse, come se l’umiliazione subìta l’opprimesse oltre il sopportabile.

Giunta a casa ho acceso la TV, mentre aspettavo i miei per la cena: scandali, una reazione a catena di scandali: uno scaccia l’altro, uno più indecente dell’altro, se esiste una scala per graduare l’indecenza; e poi corruzione, malavita tracotante, mazzette, truffe, traffici sporchi, evasione fiscale, milioni che sommati fanno miliardi. Tutti parlano, bla-bla,  attaccando al Nulla parole vuote come gusci bucati dai roditori.

Mentre cucinavo non riuscivo a non pensare alla signora B.

Mi sentivo colpevole per quelle parole che non erano volute uscire ed ero immensamente grata alla risoluta signora C. che invece era intervenuta manifestando partecipazione, calore e solidarietà. Piccola consolazione nelle sabbie mobili dell’indifferenza.

Pensavo alla signora B. e mi domandavo: “A casa troverà qualcuno che la consola per quelle lacrime non piante, che  le tolga di dosso quel senso di arrogante ingiustizia che sempre accompagna chi fa valere l’autorità con gli onesti senza difesa e chiude occhi ed orecchi sui veri disonesti?

E pensavo anche al controllare, senza simpatia, anzi, con un profondo senso di repulsione. Sgomenta pensavo che magari a cena, a tavola con moglie e figli, racconterà forse di come ha ‘pizzicato’ una che voleva fargli bere una commediola da quattro soldi  e che lui non l’ha bevuta. Sicuro ed orgoglioso di aver “fatto il suo dovere”  non lo sfiorerà il dubbio che forse dovrebbe vergognarsi un po’.

Povera Italia, ridotta ad un fantasma di mucca che tutti mungono e nessuno nutre!

Urge richiamare dall’esilio il buon senso. Urge fare gl’italiani, ma questo forse l’ha già detto qualcuno!

[la scena è avvenuta a Torino, a bordo di un autobus che dal centro città porta alla periferia sud]

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