La laurea è importante

Il caso di Maria Rita Lorenzetti (ex presidente della Regione Umbria, ex presidente di Italferr, ora agli arresti per associazione a delinquere e corruzione nell'inchiesta sulla Tav di Firenze) è molto curioso: la donna è stata recentemente intercettata mentre raccomandava uno studente, secondo lei più meritevole ma meno abbiente, per un concorso di medicina. Molti, in un ambiente tradizionalmente di sinistra, lo definirebbero quasi un gesto da Robin Hood.

Scopri con l'autore Enrico Rama tutti i restroscena del racconto "La laurea è importante" che sarà pubblicato in primavera -->

l'autore

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Enrico Rama

27 anni, Verona

bio

Enrico Rama è nato a Negrar, ma vive tra Torino e Verona. Dopo il liceo socio-psico-pedagogico e gli studi mai finiti di Lettere Moderne a Padova, viene ammesso alla Scuola Holden e nel 2013 si diploma, vincendo la borsa di studio per il terzo anno. Attualmente lavora a Gardaland, notevole fonte d’ispirazione. Gli piace il cinema, soprattutto quello con le esplosioni.

5 FEB

La laurea (in Italia) è importante?

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Quando lavoravo a Gardaland, durante una riunione per tutti i dipendenti, c’era stato spiegato un concetto all’apparenza ovvio: un cliente insoddisfatto parlerà male della propria esperienza nel parco con più persone, rispetto ad un cliente soddisfatto. I numeri non li ricordo ma il divario era schiacciante. L’azienda era cosciente di non poter evitare tutte le critiche negative ma l’impegno era sempre quello di contenere i danni al minimo.

Ora non sto dicendo che l’Università Italiana è un’azienda e nemmeno che dovrebbe comportarsi come tale. Mi voglio soffermare invece sul pensiero comune sull’utilità della Laurea.

Vorrei tralasciare, per questo primo post introduttivo, i numeri, i dati, i discorsi più profondi e impegnati e vorrei soffermarmi sulla superficie delle cose. Sui discorsi da bar, sull’aria fritta, sui luoghi comuni che si sentono ogni volta che si parla di Università.

Come si sa, ogni leggenda ha una sua parte di verità. E, io credo, se oggi come oggi al Titolo Universitario è spesso e volentieri associato un futuro di precariato, stipendi da fame e lavori diciamo poco congrui con gli studi intrapresi, ecco se tutti questi luoghi comuni esistono, magari un motivo c’è.

A cosa si deve il discredito dell’Università, oggi? I fattori sono molteplici e non è questa la sede per analizzarli tutti. Molto è dipeso certamente da una scellerata serie di riforme mancate e da una gestione quantomeno errata dei fondi. Ma non c’è solo quello. Il luogo comune non nasce semplicemente da una conduzione ottusa dei vari Governi e dei vari Ministri. L’Istituzione Universitaria ci ha messo del suo.

Parlo del nepotismo, dei favoritismi, degli amici degli amici, dei baroni, dei concorsi truccati, della mancanza di competenze e merito, della Corruzione. Sì perché, come ho sottolineato nell’altro post, di corruzione si tratta, senza mezzi termini.

Questa condotta dell’Istituzione Universitaria ha gettato le basi per il luogo comune. E quindi, esattamente come mi avevano insegnato in quella riunione a Gardaland, un cliente insoddisfatto parlerà male a più persone rispetto ad uno soddisfatto. Così ogni studente, ogni genitore, ogni assistente insoddisfatto ha contribuito (e contribuirà) a creare quel luogo comune di cui oggi gode l’Università.

Ovviamente non è tutto così. Ovviamente non tutte le Università sono uguali, nemmeno tutti i Docenti, gli assistenti, i rettori, gli studenti. Come insegnano le persone più sagge di me, bisogna sempre fare attenzione a fare di tutta l’erba un fascio, perché togli l’erba e rimane il fascio.

È ovvio che molti dei luoghi comuni che sentiamo sull’Università sono, appunto, tali. Ma è vero anche che un’Università screditata offre anche un’ottima scusa a chi non si impegna. Agli Scansafatiche, ai Fannulloni, ai Mammoni, ai Choosy. “Ah non sono passato perché tanto è tutto un magna magna”.

Perché in una società così sfiduciata come la nostra, aggiungere anche il fardello del discredito dell’Università non può che peggiorare le cose.

C’è da fare un discorso importante sulle responsabilità, su chi ha contribuito pezzo dopo pezzo, concorso truccato su concorso truccato, raccomandazione su raccomandazione, a frantumare in uno stillicidio di atti meschini, una credibilità che poi è andata a riflettersi non solo sul singolo ma su tutto il sistema, per ricadere infine sul titolo rilasciato al neo Laureato. E quindi all’importanza della Laurea stessa.

Ci si ritrova, a forza di maneggi, con una popolazione che non si fida nemmeno più dei propri scienziati (e della loro formazione e dell’Istituto che quella formazione gli ha dato) e si catapulta alla ricerca della soluzione del ciarlatano che fa più comodo.

Ecco, pensate ora al danno che possono fare le inchieste su Rettori e Docenti che hanno letteralmente cospirato per controllare l’esito dei concorsi universitari nazionali. Pensate al danno che crea un Rettore o un Docente che si piega al volere di un assessore. Al danno che crea un neo laureato costretto a lavorare fuori dall’Italia perché il posto è stato assegnato ad un raccomandato.

Il discorso attorno all’utilità della Laurea è un discorso che ho affrontato con una certa frequenza durante i miei anni universitari. Non sempre con Laureati (o Laureandi) ma anche, anzi maggiormente con chi ha deciso di non iscriversi all’Università e andare subito a lavorare.

Da una parte lo scherno, dall’altra lo sconforto.

Laureati che scherzano amaramente sul futuro che li attende, amici che danno loro il benvenuto nel mondo del precariato, genitori preoccupati per un figlio che non si sa come si potrà mantenere, insomma cose a cui un po’ tutti abbiamo assistito o a cui abbiamo direttamente fatto esperienza.

E poi coetanei, colleghi, amici che hanno deciso di lavorare subito, appena finite le Superiori (a volte nemmeno quelle) che spesso deridono “quello che studia”, che hanno già una seppur vaga stabilità economica, un futuro perlomeno sicuro. O quasi.

Una guerra tra poveri, che poi nemmeno guerra è. Molti di loro magari avrebbero voluto intraprendere una percorso di studi, magari lo consiglieranno ai propri figli, ma che non ne hanno visto nessuna convenienza. Il dato triste sull’importanza della Laurea è che non offre più l’opportunità di migliorare la propria esistenza. E parlo soprattutto del famigerato ascensore sociale, bloccato oggi come non mai, ma anche della conoscenza pura. Ci sono Facoltà talmente distaccate dal mondo reale che forniscono competenze e conoscenze utili solo nel proprio ristretto ambiente universitario (di nuovo: è sbagliato? Secondo me Sì, ma il dibattito c’è).

Aggiungiamo poi, il costo della Laurea. Tempo ma soprattutto denaro. Magari denaro che si è sudato a forza di servir pizze o birre. Soldi che, si fanno due conti, e magari si sarebbero potuti usare per altro. E il tempo speso a fare dell’altro. Sono considerazioni che credo qualunque Laureato si è posto.

E quindi tutta questa serie di fattori che si aggiungono una sopra l’altro a rendere, oggi come oggi, la Laurea inutile. Nel luogo comune ma non solo. E a causa (anche) di tutte queste ingiustizie – di cui la responsabilità è dell’Università stessa – che lo studente universitario si ritrova lo sconforto di una Laurea con poco o nullo valore, e una società che lo sbeffeggia per una scelta che nessuno oserebbe definire errata.

Siamo arrivati al livello che il Laureato che finisce in un call center, o a servire ai tavoli, insoddisfatto, sconfortato, cinico è diventato un cliché letterario, un nuovo personaggio da Commedia Italiana.

Non stupiscono più di tanto, allora, le bufale a cui si crede con facile convenienza, non stupisce nemmeno il numero sempre più alto di chi rinuncia alla carriera universitaria in favore del lavoro, tantomeno meraviglia il serpeggiante fastidio verso la classe stessa dei Professori e dei Docenti, la costante perdita di prestigio del ruolo stesso, lo sconforto e la sfiducia di molti neolaureati.

Quindi, alla fine, la Laurea è importante?

Diciamo che dovrebbe.

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