Il calore innato

Il caso delle valvole cardiache difettose impiantate nei primi anni 2000 presso le Molinette di Torino ha avuto implicazioni e conseguenze grottesche: è di appena un anno fa la notizia per cui, nonostante la corruzione confessata dal chirurgo Di Summa, la causa civile intentata da vittime come Michele Scaparone contro lui e l'ospedale ha avuto esito infausto. Sarà anzi Scaparone a dover risarcire medico e struttura delle spese processuali sostenute. Il bene comune messo a repentaglio è il diritto alla salute, ovvero la vita stessa.

Scopri con l'autrice Domitilla Pirro tutti i retroscena del racconto "Il calore innato" che sarà pubblicato in primavera -->

l'autore

domitilla-pirro
Domitilla Pirro

28 anni, Roma

bio

Domitilla Pirro ha 28 anni e crede che le parole portino fortuna. Laureata suo malgrado in Giurisprudenza, è iscritta all\'O.d.G. di Roma come giornalista pubblicista: segue regolarmente le Mostre del Cinema di Roma, Venezia e Torino, in occasione delle quali realizza articoli e videorecensioni per testate cartacee e online. Col racconto Sote\' vince la V edizione nazionale del concorso letterario 8x8. Aggiudicatasi una borsa di studio per il terzo anno alla Scuola Holden di Torino, che ha frequentato nel Biennio 2011-2013, ha l\'occasione di lavorare al suo primo romanzo seguita da Marcello Fois, suo insegnante durante il Biennio. Presso la Holden attualmente lavora come Assistente alla Didattica.

23 GEN

Ogni storia ha bisogno di un gancio, io ne sento due

Ogni storia ha bisogno di un gancio, del traino forte che porta a raccontarla.

Non parlo del motivo per cui si comincia a leggerla; anche quello ha una sua capitale importanza, certo, ma ha più a che vedere col rapporto tra il lettore e la lettura. Mi riferisco invece al gancio tra chi scrive e quanto è scritto: altrettanto importante, a mio avviso.

E io qui di ganci ne sento due. Sono i motivi che servono per scrivere. Il primo è un quadro. Il secondo una persona vera che abita in parte nel quadro, in parte fuori.

Schermata 2014-01-22 alle 17.12.07

Regno Unito, fine Ottocento (dalle parti di Dickens e Jack The Ripper, per intenderci): Henry Tate della National Gallery commissiona al pittore Luke Fildes un nuovo quadro a soggetto libero. Fildes, già di chiara fama, fa quello che qualunque artista degno di questo nome ha fatto almeno una volta nella vita: ha pescato a piene mani dalla realtà recente, dai dolori freschi, e ha immortalato il medico che un anno prima non è riuscito a salvargli il figlio. Lo ha eternato perché ne rispettava la dedizione, la dignità, le premure: lo ha onorato, consegnandone il nome alla Storia. E questo è il mio primo motivo.

Ma se riguardiamo insieme questo quadro, dentro c’è pure il mio secondo motivo.

Dalla finestra entra l’alba, giusto? Un po’ ce lo inventiamo noi, un po’ è Fildes stesso ad averlo scritto in seguito. Mentre la madre dell’ammalata si fa legno, col viso spalmato sul tavolo, e il padre si fa pietra confondendosi con le pareti, mi cade l’occhio sul soggetto che dà il titolo all’opera; e trasalisco e mi commuovo pure.

Nella barba del dottor Murray, chino a osservare la piccola paziente in lotta tra la polmonite e i giochi in cortile, vedo la barba di mio padre. Fa il medico di famiglia (una volta era il condotto, ora si dice di base) in un paesotto di provincia dove i pazienti lo chiamano Sor Dotto’. Ha la lacrima facile come me. Mio padre, dico. E la pronta avversione, il rigetto feroce per certo clientelismo di categoria.

I racconti di mio padre sono il mio secondo motivo. Tanto basta.

condividi