Il calore innato

Il caso delle valvole cardiache difettose impiantate nei primi anni 2000 presso le Molinette di Torino ha avuto implicazioni e conseguenze grottesche: è di appena un anno fa la notizia per cui, nonostante la corruzione confessata dal chirurgo Di Summa, la causa civile intentata da vittime come Michele Scaparone contro lui e l’ospedale ha avuto esito infausto. Sarà anzi Scaparone a dover risarcire medico e struttura delle spese processuali sostenute. Il bene comune messo a repentaglio è il diritto alla salute, ovvero la vita stessa.

Scopri con l’autrice Domitilla Pirro tutti i retroscena del racconto “Il calore innato” che sarà pubblicato in primavera –>

l'autore

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Domitilla Pirro

28 anni, Roma

bio

Domitilla Pirro ha 28 anni e crede che le parole portino fortuna. Laureata suo malgrado in Giurisprudenza, è iscritta all’O.d.G. di Roma come giornalista pubblicista: segue regolarmente le Mostre del Cinema di Roma, Venezia e Torino, in occasione delle quali realizza articoli e videorecensioni per testate cartacee e online. Col racconto Sote’ vince la V edizione nazionale del concorso letterario 8×8. Aggiudicatasi una borsa di studio per il terzo anno alla Scuola Holden di Torino, che ha frequentato nel Biennio 2011-2013, ha l’occasione di lavorare al suo primo romanzo seguita da Marcello Fois, suo insegnante durante il Biennio. Presso la Holden attualmente lavora come Assistente alla Didattica.

22 APR

“Quando mi porti gli sghei? Altrimenti non ti metto più su le valvole”

Sono giorni che esploro i fascicoli che ho ottenuto dal Tribunale. M’inerpico su per le ricostruzioni, le trascrizioni, le testimonianze. La lingua della scrittura, qui, è il legalese stretto. Poi, pagine e pagine di interrogatorio mi franano addosso quando arrivo davanti a dichiarazioni come questa:

“Quando mi porti gli sghei? Altrimenti non ti metto più su le valvole.”

Eccolo, il cuore della storia. Un cuore malato, manco a dirlo. E non è in legalese. Si comincia.

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12 MAR

L’unico luogo più orrido di un corridoio d’ospedale è il pianerottolo di un tribunale

Ce l’ho fatta. Dico davvero: ce l’ho fatta! E ne ho le prove (vedi foto).
La laurea in Legge è un traguardo accidentale raggiunto mio malgrado tre anni fa: di giurisprudenza mi sono rimasti l’ansia, la parlantina, un vago senso di colpa.

Così, quando il dottor Paolo Toso mi ha suggerito di depositare presso la segreteria a Palazzo di Giustizia l’istanza per la visione degli atti del processo Di Summa, su cui scriverò il mio racconto per l’antologia di Riparte il futuro, ho dovuto vincere le mie resistenze da ex giurista-per-caso e fare i conti con l’imponenza in vetro&mattoni su Corso Vittorio Emanuele II, 130 a Torino.

Affrontato il labirinto post metal detector, fatta debita anticamera e constatato che l’unico luogo più orrido di un corridoio d’ospedale è, dico davvero, il pianerottolo di un tribunale, ho depositato l’istanza e ottenuto una prima bella infornata di documenti in visione. Quante e quali vittime ha accumulato il caso delle valvole cardiache difettose impiantate a Le Molinette? E da che lato del banco si sono messe a sedere, in aula?
Stay tuned.

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24 FEB

Un incontro col pm Paolo Toso

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Paolo Toso è autore di La verità di carta – Romanzo a palazzo di giustizia (Instar Libri, 2012). È anche pm alla Procura di Torino da più di quindici anni, e ha seguito personalmente il caso delle valvole cardiache difettose impiantate alle Molinette. Qualche giorno fa gli ho chiesto di incontrarmi; e di tutti i prodigiosi orrori ai quali mi ha introdotta – vittime in negazione, complessi da padreterno, crolli e catarsi – è stato l’accenno a una leggenda l’elemento che, per quanto possa suonare infantile, mi ha suggestionata di più. Una maledizione, per essere precisi.

Facciamo un passo indietro e partiamo da Wiki. Partiamo dal signor Achille Mario Dogliotti.

Al pioniere della Cardiochirurgia torinese sono intitolati scuole elementari e circoli didattici, un’aula magna, il corso prospiciente l’ospedale; e pure una maledizione, a quanto pare. La maledizione di Dogliotti, appunto: la maledizione di Cardiochirurgia.

Dopo operazioni sui morti e episodi di concussione tramandati di primario in primario come una tara genetica in famiglia, c’è chi dubita che alle Molinette il reparto di Cardiochirurgia possa mai tirare un sospiro di sollievo; Michele Di Summa ancora si riferiva a se stesso come a un povero reietto nel 2009 e tentava di frodare l’Erario nel 2012.

Il collega Giuseppe Poletti, invece, è morto. Morto, manco a dirlo, di cuore.
Karma’s a bitch.

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14 FEB

“Un medico”, di Fabrizio De Andrè

L’Antologia di Spoon River, scritta da di Edgar Lee Masters nel 1915, solo negli anni Quaranta arriva in Italia grazie alla traduzione di Fernanda Pivano. Ed è quasi trent’anni dopo, nel ’71, che Fabrizio De Andrè ci regala “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, il suo quinto album: direttamente ispirato al capolavoro di Lee Masters, in cui saccheggia l’Antologia e ne musica i ritratti.

Il brano “Un medico” racconta di Siegfried Iseman, idealista bambino, costretto da adulto a sfuggire alla fame vendendo “pozioni miracolose” che non guarivano un bel niente. Finirà in galera, il “dottor professor truffatore imbroglione”. Beh, se lo meritava.

Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.

Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.

E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l’uomo
e vennero in tanti e si chiamavano “gente”
ciliegi malati in ogni stagione.

E i colleghi d’accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare.

E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell’identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l’etichetta diceva: elisir di giovinezza.

E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione.

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23 GEN

Ogni storia ha bisogno di un gancio, io ne sento due

Ogni storia ha bisogno di un gancio, del traino forte che porta a raccontarla.

Non parlo del motivo per cui si comincia a leggerla; anche quello ha una sua capitale importanza, certo, ma ha più a che vedere col rapporto tra il lettore e la lettura. Mi riferisco invece al gancio tra chi scrive e quanto è scritto: altrettanto importante, a mio avviso.

E io qui di ganci ne sento due. Sono i motivi che servono per scrivere. Il primo è un quadro. Il secondo una persona vera che abita in parte nel quadro, in parte fuori.

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Regno Unito, fine Ottocento (dalle parti di Dickens e Jack The Ripper, per intenderci): Henry Tate della National Gallery commissiona al pittore Luke Fildes un nuovo quadro a soggetto libero. Fildes, già di chiara fama, fa quello che qualunque artista degno di questo nome ha fatto almeno una volta nella vita: ha pescato a piene mani dalla realtà recente, dai dolori freschi, e ha immortalato il medico che un anno prima non è riuscito a salvargli il figlio. Lo ha eternato perché ne rispettava la dedizione, la dignità, le premure: lo ha onorato, consegnandone il nome alla Storia. E questo è il mio primo motivo.

Ma se riguardiamo insieme questo quadro, dentro c’è pure il mio secondo motivo.

Dalla finestra entra l’alba, giusto? Un po’ ce lo inventiamo noi, un po’ è Fildes stesso ad averlo scritto in seguito. Mentre la madre dell’ammalata si fa legno, col viso spalmato sul tavolo, e il padre si fa pietra confondendosi con le pareti, mi cade l’occhio sul soggetto che dà il titolo all’opera; e trasalisco e mi commuovo pure.

Nella barba del dottor Murray, chino a osservare la piccola paziente in lotta tra la polmonite e i giochi in cortile, vedo la barba di mio padre. Fa il medico di famiglia (una volta era il condotto, ora si dice di base) in un paesotto di provincia dove i pazienti lo chiamano Sor Dotto’. Ha la lacrima facile come me. Mio padre, dico. E la pronta avversione, il rigetto feroce per certo clientelismo di categoria.

I racconti di mio padre sono il mio secondo motivo. Tanto basta.

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