L'Università è per tutti

“I saggi” mantengono un sistema di ereditarietà quasi monarchica all’interno dell’Università, evitando il ricambio delle cattedre e delle poltrone. È interessante adottare il punto di vista di un professore mentre discute con gli altri complici su come sia indispensabile mantenere in funzione il sistema: l’obiettivo è evitare che ne escano persone poco preparate, che loro non conoscono e delle quali non si fidano. L’elite si arroga il diritto di valutare chi sia all’altezza e chi no.

Scopri con l’autore Enrico Rama tutti i restroscena del racconto “L’Università è per tutti” che sarà pubblicato in primavera –>

l'autore

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Enrico Rama

27 anni, Verona

bio

Enrico Rama è nato a Negrar, ma vive tra Torino e Verona. Dopo il liceo socio-psico-pedagogico e gli studi mai finiti di Lettere Moderne a Padova, viene ammesso alla Scuola Holden e nel 2013 si diploma, vincendo la borsa di studio per il terzo anno. Attualmente lavora a Gardaland, notevole fonte d’ispirazione. Gli piace il cinema, soprattutto quello con le esplosioni.

21 MAR

“L’Italia è in mano ai dinosauri. Dia retta: vada via”. Da ‘La meglio gioventù’ (e altre scene sull’Università italiana)

Ho raccolto una incompleta raccolta di spezzoni tratti da vari film italiani che ritraggono l’ambiente universitario, i Professori, i laureandi e gli esami. Per staccare almeno un po’ dalla serietà degli argomenti.

Questo è tratto da Una Vita Difficile di Dino Risi con Alberto Sordi. Siamo nel 1961.

Stessa aula con protagonisti diversi in anni diversi: Jerry Calà in Vado a Vivere da Solo.

(Perché ogni Università ha la sua quota di fancazzisti).

Il discorso sui Dinosauri in La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana.

Il Professor Callisto Cagnato da Grande, Grosso e… Verdone

La proclamazione in 7 Chili in 7 Giorni di Luca Verdone.

Il Grande Sogno di Michele Placido.

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20 FEB

Smetto quando voglio: il precariato universitario diventa commedia

Si parlava di nuovi cliché letterali usciti dallo stato odierno dell’Università Italiana ed ecco che esce in questi giorni al Cinema una, a mio modesto avviso, bella commedia all’italiana incentrata tutta su dei ricercatori universitari precari.

Smetto Quando Voglio è l’opera prima di Sydney Sibilia che segue le tragicomiche vicende di un gruppo di ricercatori universitari che, spinti da una vita di miseria e incertezze, si mettono a creare e spacciare droga.

Lascio ad altri più competenti di me sedi l’analisi degli aspetti più cinematografici e drammaturgici e mi soffermerò in questo breve post nell’immagine che ne esce da questo film dello stato dell’Università Italiana.

Come dicevo nel post precedente questa nuova maschera del ricercatore precario che si è aggiunta alle altre presenti nella commedia italiana è rivelatrice di un sentimento, di una rielaborazione popolare di quello che l’Università è diventata in questi anni.

Molti siti hanno liquidato, per necessità, il gruppetto di ricercatori precari che si mettono a spacciare droga come frutto dei tagli della Riforma Gelmini del 2007.

Mi pare una considerazione vera ma molto superficiale. La peculiarità del film, che gioca nel campo della verosimiglianza partendo da fattori reali (il precariato universitario), è il lavoro sui personaggi.

In una delle scene iniziali il povero (nel senso soprattutto economico del termine) ricercatore protagonista si trova a dover presentare la sua ricerca di chimica ad un gruppo di Professori Ordinari.

Come sono rappresentati questi professori? Sono vecchi, disattenti, e completamente fuori posto.

C’è poi il Professore che supervisiona la nuova rivoluzionaria ricerca scientifica del nostro protagonista. E come sarà? Ma ovviamente se ne sta per tutta la presentazione del progetto al cellulare, distratto noncurante e chiaramente inadeguato per il compito che svolge.

E si arriva qui alla parte che riguarda i tagli che, appunto, lasciano l’Università con la possibilità di scegliere solo un numero ristretto di ricerche da finanziare.

E come verrà assegnato il finanziamento alla ricerca (a cui è legato un contratto più stabile per il nostro protagonista)? Ovviamente il progetto viene assegnato senza alcun merito o valutazione. Il Professore che supervisiona il progetto parla di appartenenze politiche legate a personaggi poco limpidi (lo stesso Professore risulterà poi indagato) e, importante, facili a saltare sul carro del vincitore.

Cosa se ne deduce? Come in molti altri film (penso al più famoso Tutta La Vita Davanti di Virzì) il precario universitario è maschera e personaggio della nuova commedia all’italiana, schiacciato da soldi che non ci solo, diseguaglianza, mancanza di merito, e gerontocrazia imperante a volte goffo, ingenuo e un po’ inadeguato.

Questo è un altro esempio pratico di com’è il luogo comune sull’Università in Italia. Si arriva a questo, ad una Università che con tutti i Baroni, le cattedre inamovibili, gli intrallazzi con la politica, i tagli, le ingiustizie e quindi la corruzione dà più possibilità ai giovani sceneggiatori che ai propri laureati. Magari la laurea non darà lavoro, non ci sarà progresso scientifico e culturale, l’ascensore sociale sarà bloccato al primo piano per chissà quanti anni, ma vuoi mettere che commedie.

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27 GEN

La corruzione è l’arma dei mediocri

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Quando si parla di corruzione, l’Università non è tra le prime cose che mi vengono in mente. Io, per esempio, la prima parola che associo a corruzione è appalti. Non è nemmeno difficile capire perché, soprattutto se leggerete le cose che si scriveranno qui. Poi penso a politica, malasanità, mafia. Insomma credo siano pensieri che facciamo tutti: parole, vicende, fatti a cui anni di indagini, scandali e quant’altro ci hanno abituato. È un po’ la nostra cultura.

Però a pochi viene in mente l’Università. Certo, in questi anni il sistema universitario (e scolastico in generale) non gode di molta popolarità. Ma diciamo che siamo più abituati a vedere l’Università come vittima. I tagli, le riforme, gli studenti in piazza. E, chiariamolo subito, è vero. Non lo dico io, lo dicono praticamente quasi tutti gli strumenti di valutazione internazionali e non solo. Ma, a leggere bene, non è proprio solo una vittima. Affatto.

La cosa sbalorditiva è che qualsiasi studente universitario difficilmente parlerà in favore dell’università italiana così com’è messa. Tra tutti gli studenti l’idea comune, il sentore, i giudizi, è che l’Università italiana così com’è non va. Che è chiusa, ottusa, stupidamente complicata e impegnata più a mantenere posti e spremere denari che a insegnare.

I famosi Baroni, per dire. Ecco, per esempio, se penso a raccomandati, università è la prima parola che associo. E allora ho deciso di raccontare questo. La corruzione dentro l’Università italiana.

E che non ci siano dubbi: quella dei Baroni è corruzione. Quella del presidente di Regione che preme per far passare un esame al figlio di un’amica è corruzione. La scientifica ed organizzata eliminazione di ogni forma di merito è corruzione.

Perché se “La corruzione pubblica avviene quando si realizza uno scambio occulto tra un corruttore, con i suoi interessi privati da soddisfare, e un rappresentante del potere pubblico corrotto. Grazie a questo patto i due si spartiscono tra loro risorse derivanti dal ‘tradimento’ del mandato fiduciario che lega il rappresentante all’organizzazione pubblica e dunque alla collettività, sancito da norme giuridiche, dal ‘comune sentire’ e dai valori sociali”, allora un rettore che accetta la pressione di un presidente di regione, un professore che assegna un voto immeritato a uno studente “figlio di”, un gruppo organizzato di Saggi che mette in piedi un vero e proprio sistema di controllo dei bandi di concorso per ordinari e associati, possono essere definiti corrotti e corruttori senza timore di esagerare.

Perché se è vero che gli appalti truccati fanno crollare edifici, le mazzette corrodono il tessuto economico del paese, la malasanità uccide pazienti, la corruzione universitaria crea i suoi più enormi danni nel lungo periodo costringendo studenti meritevoli a lavorare in altri paesi, senza attirarne altrettanti dall’estero; crea studenti e cittadini sempre più impreparati e scollegati dalla realtà, azzera la ricerca, e quindi gli investimenti, con il rischio concreto di buttare soldi in un sistema che punta semplicemente ad autoalimentarsi. Alla mera sopravvivenza.

Questo è quello che ho visto fino ad adesso. Per tutti i mesi in avanti cercherò di vederci più chiaro in questo fenomeno non abbastanza approfondito eppure cruciale per lo sviluppo e l’esistenza del paese.

Cercherò di parlare con studenti, professori e chiunque sia disposto a monitorare questo fenomeno.

Perché la corruzione è l’arma dei mediocri, e qui pare stiano vincendo.

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