Tensione-morale


Stefano Li Sacchi era il portiere della stabile dove viveva il giudice Rocco Chinnici, il padre del pool antimafia della procura di Palermo ucciso il 29 luglio 1983. Scoppiò un’autobomba in via Pipitone Federico. Nell’attentato morirono anche i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta. In questo caso l’approccio narrativo sarà quello di raccontarne la vita, cristallizzata in un momento cruciale.

Scopri con l’autore Francesco Gallo tutti i restroscena del racconto “Tensione morale” che sarà pubblicato in primavera –>

l'autore

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Francesco Gallo

32 anni, Napoli

bio

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981. Studia Lettere Moderne presso la Federico II. Scrive articoli di critica musicale per Medicine Show, la web-zine di Leonardo Colombati, e saggi per Vibrisse, il bollettino curato da Giulio Mozzi. Nel 2003 è selezionato per un corso di scrittura creativa alla Minimum Fax di Roma. Nello stesso anno, pubblica un racconto nell’antologia Posa ’sto libro e baciami (Zandegù). Studia e lavora in Irlanda per un anno. Tornato in Italia, nel 2013 si diploma al Biennio di Scrittura e Storytelling presso la Scuola Holden di Torino, vincendo la borsa di studio per il terzo anno. Realizza articoli e approfondimenti per HOST, il blog de ilPost diretto da Luca Sofri, e schede di lettura per agenzie letterarie. Sta lavorando al suo primo romanzo.

2 APR

Sentire un’esplosione equivale a salvarsi

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È una domanda che mi sto facendo spesso, ultimamente: quanto rumore produce un’esplosione?
Il rumore di un esplosione è paragonabile al rumore di qualche altra cosa? È come il tuono di un temporale? Il boato di uno stadio? Il rombo di una cascata? Il fragore di una valanga?

Il rumore di un’esplosione si può sentire per intero? Oppure a un certo punto i timpani non reggono più, si spaccano, e dai fori delle orecchie comincia a colare il sangue?

Nei film di guerra si dice: “La pallottola che senti, è quella che non ti ha ancora colpito!” Immagino che lo stesso discorso valga per le esplosioni.

Sentire un’esplosione equivale a salvarsi.

Se questo ragionamento è valido, il magistrato Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere del palazzo, Stefano Li Sacchi, di tutto quello che accadde quel giorno, la mattina del 29 luglio 1983, ecco che cosa sentirono: niente.

In che modo avverte un’esplosione, chi sopravvive? A parte l’udito, voglio dire. Quali sono i sensi che vengono coinvolti maggiormente?

La pelle? I peli della braccia che bruciano? Nugoli di polvere turbinano nell’aria. Si soffoca. L’interno della gola si secca? L’asfalto inizia a sussultare. Le ossa e i denti stridono? Brani di pelle umana bruciano. Si sente puzza di bruciato? E qual è l’odore della carne umana quando cuoce? I capelli avvampano come stoppie? Qual è il sapore della cenere quando ci finisce dentro la bocca, sulla lingua?

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28 FEB

La mattina dell’esplosione

Stefano Li Sacchi nasce il 2 giugno del 1923 a Geraci Siculo, un paesino di tremila abitanti nel Parco delle Madonie. A gennaio del 1951 si sposa, con Nunziata, e si trasferisce a Palermo. Sta cercando una vita migliore.

Trova lavoro come portiere. È serio, si impegna, e diventa un punto di riferimento per tutti i condomini. Stefano Li Sacchi non è un ingenuo. Sa bene quali sono i pericoli che la presenza di un magistrato come Rocco Chinnici comporta. Ciò nonostante, non rinuncia ad accompagnare il magistrato fino allo sportello della sua auto blindata. Tutte le mattine.

Lo fa anche il 29 luglio del 1983.

La mattina dell’esplosione.

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19 FEB

Possiamo considerare la corruzione un vizio?

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Fabrizio De Andrè scrisse le musiche e le parole del suo quinto disco, “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, nel 1971. Si lasciò ispirare all’antologia di Spoon River, la raccolta del poeta americano Edgar Lee Masters, la quale, nella sua versione definitiva del 1916, comprende diciannove storie e duecentoquarantotto personaggi. De André lesse Lee Master a diciott’anni. Ne restò fulminato.

Lasciò detto in un’intervista: «Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»

Possiamo considerare la corruzione un vizio?

Siamo italiani, in fondo. All’estero ci conoscono per la pizza, il mandolino e la mafia. Ai loro occhi siamo, pertanto, un popolo profondamente, irrimediabilmente corrotto.

Certo, si tratta di stereotipi.

Nemmeno troppo vecchi, se vogliamo. (Basta pensare a I Soprano. La serie televisiva americana più famosa e premiata di tutti i tempi. Protagonisti? I membri di una famiglia mafiosa italo-americana…)

Tuttavia un vizio, come De André osserva, lo si può migliorare.

Come possiamo migliorare il nostro vizio della corruzione? Come rendere costruttivo un discorso intorno alla corruzione?

Magari rendendoci conto che si tratta di un’arma a doppio taglio. Che se da un lato ci permette di sollevarci al di sopra delle nostre effettive possibilità — le innumerevoli scorciatoie, e i favori, e i piaceri che siamo sempre pronti a chiedere — dall’altro ci sprofonda nel punto più basso di un baratro inospitale, là dove l’ingiustizia troneggia in tutta la sua potenza.

E se magari si trattasse non soltanto di giustizia divina, ma anche di giustizia umana…

Ascoltiamo “Un giudice” di De Andrè, quindi. E leggiamone anche il testo. Preparato, qui, come se fosse un breve racconto.

***

Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente. O la curiosità di una ragazza irriverente che si avvicina solo per un suo dubbio impertinente: vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani. Che siano i più forniti della virtù meno apparente. Fra tutte le virtù, la più indecente. Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti. E’ triste trovarsi adulti senza essere cresciuti. La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, fino a dire che un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore toppo, troppo vicino al buco del culo. Fu nelle notti insonni, vegliate al lume del rancore, che preparai gli esami: diventai procuratore. Per imboccar la strada che, dalle panche d’una cattedrale, porta alla sacrestia, quindi alla cattedra d’un tribunale: giudice, finalmente. Arbitro, in terra, del bene e del male. E allora la mia statura non dispensò più buonumore a chi alla sbarra in piedi mi diceva: Vostro Onore. E di affidarli al boia, fu un piacere del tutto mio. Prima di genuflettermi, nell’ora dell’addio, non conoscendo affatto la statura di Dio.

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10 FEB

Cento chili di tritolo in via Pipitone a Palermo

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È il 29 luglio del 1983. Estate calda di scirocco. Siamo in Sicilia, a Palermo. In Via Federico Pipitone.

Sembra una giornata come tante altre e invece no.

Cento chili di tritolo, stipati nel bagagliaio di una Fiat 126 di colore verde oliva, vengono fatti saltare in aria. E’ un attentato.

Il bersaglio è Rocco Chinnici, magistrato. A perdere la vita nell’esplosione, i membri della scorta: Mario Trapassi, maresciallo, Salvatore Bartolotta, appuntato, e un altro uomo. Il portiere del palazzo in Via Federico Pipitone, Stefano Li Sacchi.

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23 GEN

Un cittadino comune

Libera, l’associazione contro le mafie di Don Ciotti, mi ha inviato un file di documentazione intitolato: “Elenco vittime corruzione“. Appena l’ho aperto mi sono ritrovato a fissare un lunghissimo, tragico elenco di nomi: Anna Politikovskaja, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giorgio Ambrosoli… Erano inseriti in una gigantesca griglia. La griglia oltre ai nomi conteneva anche una serie di informazioni generiche, come per esempio “NOME E COGNOME”, “RUOLO”, “LUOGO E DATA DI NASCITA”, ma anche informazioni di carattere più morboso, tipo “LUOGO DI MORTE”, “REGIONE DI MORTE”, “DATA DI MORTE”.

Tra le tante vittime della corruzione, ce n’era una, Stefano Li Sacchi, che mi ha incuriosito subito.

Nel riquadro per il RUOLO (solitamente: giornalista, carabiniere, oppure avvocato), al posto della professione c’era: “Cittadino comune”.

Cosa ci faceva, mi sono chiesto, un “Cittadino comune” in mezzo a tanti giornalisti, carabinieri e magistrati tragicamente famosi? Cosa deve aver fatto un cittadino comune per porre fine alla propria esistenza in modo da entrare a far parte di un elenco tanto orribile come quello che avevo davanti agli occhi?

Ogni episodio di corruzione comporta la rottura di un patto sociale, il rapporto di fiducia che si instaura tra il comune cittadino (appunto) e lo Stato. Una volta triturati dagli ingranaggi della macchina della corruzione, i vari giornalisti, magistrati e carabinieri non diventano forse dei comuni cittadini? A chi apparteneva questo nome? Questo nome che adesso, dal mio punto di vista, si fregiava del RUOLO di “Comune cittadino”? Chi era, insomma, Stefano Li Sacchi?

Stefano Li Sacchi

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