Il FOIA come antidoto alla corruzione: ma in Italia la materia trasparenza resta oscura

Secondo la Corte dei Conti, la corruzione costa all’Italia circa 60 miliardi di euro all’anno. Il diritto all’informazione aiuta a combattere la corruzione e quindi fa risparmiare. In che modo?
Negli Stati Uniti, dove la legge sul diritto all’informazione è utilizzatissima dai cittadini (nel 2011 sono state presentate più di 600.000 richieste di accesso a documenti del governo federale), il costo totale annuale per l’applicazione di questa legge è di circa 416 milioni di dollari annui, cioè meno di $1,4 per ogni cittadino. Dato che a noi italiani la corruzione pubblico-privata costa 1.000 euro a testa all’anno, basterebbe una piccola diminuzione della corruzione per ripagare ampiamente i costi di applicazione di una legge sul diritto all’informazione.

Il Governo Monti nel 2012 ha varato la Legge anti-corruzione, purtroppo insufficiente per compararsi agli standard internazionali. Le deleghe a tale legge, inoltre, hanno previsto un intervento di riordino della normativa in materia di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni del settore pubblico (il cosiddetto Decreto Trasparenza approvato il 15 febbraio 2013 – qui l’ultima versione disponibile del testo, in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale).

Tali norme segnano importanti passi avanti in materia di anti-corruzione, ma non sono esaustive né sufficienti. Si sarebbe dovuto, infatti, sfruttare questi interventi per equiparare finalmente l’ordinamento italiano a quello di molti paesi avanzati anche in materia di accesso alle informazioni del settore pubblico, introducendo anche in Italia una norma che ricalchi davvero il Freedom of Information Act.

Il Decreto Trasparenza, invece, a dispetto di quanto annunciato con i comunicati stampa di Palazzo Chigi, introduce soltanto nuove definizioni e nuovi princìpi che, all’atto pratico, poco hanno a che vedere con il reale diritto di accesso dei cittadini alle informazioni della PA, così come sancito dal FOIA in oltre 80 paesi del mondo.

In tal senso, l’unico strumento concreto istituito dal nuovo Decreto è l’Accesso Civico, che però dà diritto a richiedere solo e soltanto quelle informazioni che la PA è già tenuta a pubblicare per legge, ma che non ha ancora pubblicato, contravvenendo così ai propri obblighi di pubblicità. La portata di tale istituto, pertanto, è molto limitata ed è circoscritta alle inadempienze della PA: in pratica, se una Amministrazione ha l’obbligo di pubblicare una determinata informazione, ma non la pubblica infrangendo così la legge, solo allora il cittadino ha il diritto di richiederla. Ancora troppo poco.

Eppure, per dotare anche l’Italia di un vero FOIA basterebbe iniziare con delle semplici e chiare modifiche alla normativa vigente, già ampiamente segnalate al decisore pubblico attraverso apposite campagne. I recenti scandali nazionali e regionali non fanno altro che aggiungersi a quelli passati, e non potranno che essere forieri di nuova corruzione se non si adottano le misure necessarie.

Colmare il deficit normativo del diritto di accesso alle informazioni pubbliche risponde, oltre che ad un fondamentale principio democratico, anche a quanto in più sedi richiesto dall’ Europa. In particolare, la Convenzione del Consiglio d’Europa del 2009 sul diritto di accesso ai documenti ufficiali, ancora non ratificata dall’Italia, garantisce “il diritto di ognuno, senza discriminazioni di alcun tipo, all’accesso, su semplice richiesta, dei documenti detenuti dalle pubbliche autorità”.

Di Andrea Fama
Contributo della “Iniziativa per un Freedom of Information Act in Italia – www.foia.it“.