Stabilimenti e progetti che chiudono. Investimenti che svaniscono o volano all’estero. La corruzione resta

22/08/2013 - in dall'estero

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“Burocrazia opprimente, costo del lavoro gravato da troppe tasse, giustizia farraginosa: ecco perché gli imprenditori stranieri amano sempre meno l’Italia”. L’incipit dell’approfondimento di Valentina Santarpia pubblicato sul Corriere della Sera del 21 agosto è una constatazione amara. Il contatore che tiene traccia delle chiusure degli stabilimenti e dei progetti che si verificano ogni giorno in Italia sta scattando con una velocità crescente, che inquieta e rattrista. Cosa sta succedendo? Abbiamo perso l’inventiva, la voglia, la capacità inprenditoriale, le risorse? No: le esportiamo.
Le statistiche internazionali rivelano come gli investimenti italiani all’estero continuano a crescere nel 2013. Nel Regno Unito ad esempio l’Italia figura come il terzo investitore, dopo Usa e Giappone, con imprese e capitali in grande fermento, eccellenze volate via.
D’altro canto questo flusso è solo in uscita: nessun investitore straniero infatti ha più il coraggio di investire in un Paese dominato da quei fattori scoraggianti – la burocrazia insormontabile, le tasse, la giustizia farraginosa – di cui si parla nell’articolo del Corriere. È necessario aggiungere alla lista il fattore X, la corruzione, che come un deus ex machina dirige le manovre che ci stanno portando al declino.

Siamo al 78° posto nella classifica Ocse per capacità di attrazione degli investimenti dall’estero e terzultimi in Europa per livello di corruzione percepito.  Pochi investimenti, al limite inesistenti, comportano la diminuzione esponenziale delle opportunità di crescita e innovazione e il mercato del lavoro ne risente direttamente. I livelli record di disoccupazione raggiunti, specialmente per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (39,1% a giugno), ci danno la conferma del circolo deleterio in cui siamo finiti. Ma non possiamo né dobbiamo perdere le speranze.

L’emergenza investimenti è oggetto di Destinazione Italia, la micro task force di tre consulenti istituita presso il ministero dello Sviluppo economico, per far sì che gli investitori ricomincino a fidarsi del nostro paese e a ritenerlo attraente. Il Corriere si sofferma sul dettaglio dei provvedimenti, che mirano a agevolare le procedure in ambito fiscale, legale e per quanto riguarda il credito. A settembre la task force consegnerà un progetto a Letta e speriamo che dall’idea si passi all’azione senza riprodurre le trafile estenuanti che portano tante buone iniziative imprenditoriali alla rinuncia. Solo per fare alcuni esempi la Britishgas ha rinunciato l’anno scorso al rigassificatore da 800 milioni a Brindisi. Bridgestone ha annunciato che vuole chiudere lo stabilimento di Bari. Il colosso farmaceutico americano Merck Sharp & Dome a Pavia. E la lista prosegue.

Nel frattempo, fuori dalle aule ministeriali, la campagna Riparte il futuro continua a porre l’accento sull’importanza della lotta alla corruzione, fattore indispensabile per la ripresa economica del nostro paese. Riducendo la corruzione a vantaggio della sana competitività, aumenterebbero gli investimenti e le opportunità di crescita e lavoro, specialmente per la fascia più penalizzata ovvero quella giovanile.

Primo passo: essere consapevoli della reale natura del problema. La lotta alla corruzione non è soltanto una questione di legalità e di moralità, è un’urgenza economica. Secondo passo: firmare la petizione online.