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“Non è la corruzione il problema vero della pubblica amministrazione”: la nostra risposta a Italia Oggi

10/07/2014 - in corruzione, Politico e digitale, trasparenza

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salvatore_nottolaEdoardo Narduzzi, scrittore con la passione della finanza e delle start up, ha scritto in un suo pezzo su Italia Oggi e poi apparso su Formiche che “non è la corruzione il problema vero della pubblica amministrazione” italiana.

Noi di Riparte il futuro è da due anni che diciamo l’opposto. Cominciamo dall’inizio: Narduzzi, parlando della corruzione, riporta come “le denunce generiche non aiutino a migliorare i problemi e fanno calare una cappa di negatività sul marchio Italia”. Sarebbe troppo facile ricordare il motto per cui non occorre guardare al dito ma alla luna, secondo il quale la situazione decisamente infausta non è certo responsabilità di chi denuncia.

La questione è però più profonda: accanto a una denuncia “vuota a perdere” e incapace di qualunque proposta, occorre costruirne una diversa fondata sulla logica del cambiamento, che sappia partire dai costi reali che la corruzione esercita. Non è infatti un caso che dove c’è più corruzione le aziende abbiano maggiori oneri burocratici, non superino mai le dimensioni medie e piccole e soprattutto non beneficino degli investimenti stranieri, che volano via dove le condizioni sono diverse e dove s’investe di più in innovazione e ricerca. Anche quest’ultima voce è una spesa solamente residuale nei paesi a maggior percezione di corruzione, a evidenza dell’incapacità dei corrotti di saper guardare al futuro, ma di fare guadagni semplici qui ed ora.

La seconda questione riguarda la critica che Narduzzi fa alla Corte dei conti, riportando come “non abbia saputo far nulla nel corso degli anni per ridurre un fenomeno tanto abnorme”. Va detto che la Corte dei conti non è un organo di prevenzione, come invece è chiamata ad essere l’Anac di Cantone, ma un organismo di contrasto che agisce solo quando è troppo tardi, cioè per i pochi casi che vengono scoperti, senza riuscire ad avere un vero ruolo dissuasivo. Occorre dunque rendere forte il sistema di prevenzione, l’unico capace di scoraggiare comportamenti corruttivi, potenziando l’Autorità nazionale anticorruzione e soprattutto mettendola in grado di svolgere il proprio lavoro, senza indicare variabili esterne all’equazione.

In ultimo, Narduzzi sottolinea come “il principale problema della p.a. italiana, quello che zavorra il nostro Pil e che culturalmente ci condanna a essere europei di serie B, è la sua incapacità di conseguire risultati operativi nei tempi e con gli stessi costi medi che ci sono a Vienna, Berlino o Bruxelles”. Narduzzi riporta bene come esista un serio problema di burocratizzazione del Paese, ma è da domandarsi: perché? Perché l’Italia è bloccata su questo binario morto, che non ha a che vedere con il singolo burocrate, come pare evincersi dalla riflessione di Narduzzi, quanto dalla mancanza di un cambio di logica organizzativa della PA? Gli italiani non hanno nel DNA il ritardo o l’inefficacia, così come non hanno nel proprio sangue l’amore per la pasta o per la musica lirica: sono pregiudizi, oppure approcci culturali che possono cambiare, come accaduto altrove a seguito di politiche pubbliche efficaci e buone campagne culturali.

La risposta più logica all’interrogativo posto pare quindi essere quella per cui possono esistere interessi affinché il sistema non venga reso differente o sia percepito come immodificabile. Se non si perseguono obiettivi di efficienza, è probabile che è perché ci sia chi mira al raggiungimento di altri tipi di obiettivi meno chiari e opachi, strettamente connessi alla corruzione.

Attenzione dunque a evitare percorsi logici troppo affrettati che inducano a spiegare in un articolo perché non sia la corruzione l’origine di molti problemi italiani, come il titolo del post, forse troppo ingenuamente, intendeva suggerire.

Leonardo Ferrante